Articoli dal nuovo blog di Smartfeeling

martedì 16 dicembre 2008

Enterprise 2.0: parliamo di Crowdsourcing



Crowdsourcing (da wikipedia)
Crowdsourcing (crowd + outsourcing) è un neologismo per un modello di business nel quale un’azienda o un’istituzione richiede lo sviluppo di un progetto, di un servizio o di un prodotto ad un insieme distribuito di persone non già organizzate in un team. Tale processo aviene attraverso degli strumenti web o comunque dei portali su Internet.
[...]
Oggi il crowdsourcing rappresenta per le aziende un nuovo modello di open enterprise [...]

Marco Zamperini ci parla di crowdsourcing, che è un buon esempio di enterprise 2.0 applicato all'industria del software.
Il concetto centrale è quello di collaborazione e partecipazione ad un progetto comune, ed è valido in diversi contesti.
Wikipedia è un buon esempio di crowdsourcing, che descrive perfettamente il concetto di collaborazione attraverso lo strumento del wiki.
Il modello del crowdsourcing è un modello "disperso" (o diffuso), non centralizzato, che vede la partecipazione di moltissimi utenti alla realizzazione di un progetto comune. Le piccole quantità di tempo che ogni utente/attore dedica al progetto, vanno moltiplicate per il numero di utenti attivi e danno forma ad una enorme quantità di lavoro.
Pensate a quale valore verrebbe sviluppato se i dipendenti di un'impresa dedicassero il loro tempo libero per contribuire alla crescita di progetti interni, magari proprio mediante l'utilizzo di un wiki (parleremo dei wiki in seguito).

Un'altro concetto molto importante per il successo di soluzioni enterprise 2.0 è la fiducia, la fiducia nei confronti degli utenti/attori/dipendenti.
Le nuove generazioni non sono certo sprovvedute dal punto di vista tecnologico e di conoscenza dei media. Gran parte di loro utilizzano quotidianamente applicazioni web 2.0 e periferiche molto evolute. Inoltre, la partecipazione ad una attività "comunitaria" crea una sorta di codice di autoregolamentazione interno alla comunità stessa (in pratica si cerca di non fare brutte figure e di rispettare il piu' possibile le linee guida consigliate).

venerdì 28 novembre 2008

Video on-demand del TamTamyDay

Sono on line i video on-demand dell'evento di ieri.
Potete trovarli nella sezione "ON-DEMAND" di Mogulus.
Accodo anche un breve screencast che mostra come accedere ai contenuti "ON-DEMAND", buona visione.

giovedì 27 novembre 2008

TamTamyDay: oggi on-line

Se non siete ancora iscritti o collegati, affrettatevi perchè il TamTamyDay è oggi. Si stà parlando di crisi e di internet, di enterprise2.0 e di opportunità.

Alle 12.00 potrete assistere alla tavola rotonda tra bloggers.
12.00-13.00: Enterprise 2.0: the Big Picture - Focus group Master Blogger
David Orban, Mafe de Baggis, Marco Massarotto e Gian Angelo Geminiani discutono della nascita del fenomeno negli Stati Uniti e della sua evoluzione attuale con trend di crescita, diffusione nel mondo e proiezioni sulle prospettive a breve.
Ci sono anch'io, con la mia "bella" cadenza romagnola :)
Nel caso non riusciate a seguirlo per mancanza di tempo o per sovraccarico della rete (ci sono già tantissimi utenti collegati e potreste avere problemi di streaming), nei prossimi giorni vi terrò aggiornati sul come reperire le registrazioni video e interviste.

Vi aspetto ;)

sabato 22 novembre 2008

Appuntamento On-Line per il 27 novembre: TamTamyDay

Se siete interessati al tema dell'Enterprise2.0, non potete mancare alla maratona del 27 novembre sul sito TamTamyDay.

Il dibattito verterà sulle prospettive di innovazione Web 2.0 in tempi di crisi e su come la tecnologia possa supportare le aziende in termini di produttività, sviluppo del business e contenimento dei costi. Durante l'evento, moderato da Marco Montemagno, non solo sarà possibile ascoltare le testimonianze di diverse realtà italiane Enterprise e PMI che si sono contraddistinte nel panorama dell'Enterprise 2.0 e del Social Networking, ma anche interagire su TamTamy.
Vi consiglio di effettuare l'iscrizione al portale di TamTamy, in questo modo avrete la possibilità di interagire con altri partecipanti e di sperimentare dal vivo la piattaforma di Reply.

mercoledì 19 novembre 2008

Strumenti per l'Enterprise 2.0: Il Corporate Blog (Seconda Parte)

Nel post precedente ho trattato il concetto di corporate blog da vari punti di vista (la piattaforma, i contenuti, la forma, ecc..).

Rileggendolo, però, mi sono reso conto che non risulta chiaro il "cosa non si dovrebbe fare in un corporate blog".
Non ho affrontato prima l'argomento perchè è molto soggettivo, opinabile, e contestualizzato agli obiettivi del blog.
Mi spiego meglio.
Se il nostro obiettivo è quello di creare un canale di news aziendali (cioè istituzionali), allora le riflessioni che seguono non hanno alcun significato. Se invece il nostro obiettivo è quello di avviare una conversazione con i nostri lettori, coinvolgerli e renderli partecipi, allora conviene fare una breve riflessione.

Quali errori evitare in un Corporate Blog?
  1. Non definire con chiarezza il target di riferimento: Innanzi tutto occorre definire il nostro target. Sesso, età, livello di istruzione, settore professionale, ecc.. Meglio definiamo il profilo dei nostri lettori e meno problemi avremo poi nella definizione degli obiettivi e del piano editoriale. Cerchiamo di dipingere il ritratto del nostro "lettore tipo". E' un imprenditore? E' un operaio? E' uno studente? E una casalinga o una manager? Un professionista? Cosa legge? ecc... (piu' domande vi fate e meglio è).
  2. Non definire con chiarezza gli obiettivi: Cosa vogliamo ottenere dal nostro blog? Cosa pensiamo di offrire ai nostri lettori? Come pensiamo di coinvolgerli? Desideriamo mantenere un certo distacco? Oppure, desideriamo coinvolgerli, appassionarli, farli riflettere? Ci interessa solo il lato S.E.O. del blog?
    Cerchiamo di chiarire bene cosa vogliamo ottenere dal nostro blog aziendale.
  3. Crearsi aspettative incoerenti con gli obiettivi: Se la nostra idea di corporate blog è quella di un freddo "canale informativo", allora non dovremmo aspettarci coinvolgimento e partecipazione, ma neppure un interesse eccessivo da parte dei nostri lettori (il sito istituzionale fa già lo stesso lavoro). Quando si decide di essere formali e distaccati, non ci si può aspettare troppa empatia da parte dei nostri interlocutori.
  4. Utilizzare il blog come sito web o portale: Il blog non è il nostro sito aziendale e neppure un social network o un forum. Il blog è solo un blog, con tutti i limiti tecnologici della piattaforma. Prima di affrontare l'avventura del "corporate blog", cerchiamo di capire se è la piattaforma giusta per raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati (vedi punto 2).
  5. Porre vincoli in contrasto con gli obiettivi: Se il nostro obiettivo è coinvolgere i lettori, spingerli a partecipare e commentare i nostri post, rispondere con altri post su altri blog, segnalare i nostri post ad amici e conoscenti, allora dobbiamo stare molto attenti a non porre troppi vincoli "istituzionali" al nostro corporate blog. Qui entra in gioco il concetto di paura. Paura di sbagliare, paura di dire troppo, paura di esporsi, paura di decidere, paura di essere fraintesi, paura della paura. E' normale avere paura quando si affrontano attività nuove e sconosciute, ma un eccesso di prudenza può allontanarci di molto dai nostri obiettivi.
    Vi faccio un piccolo esempio pratico, considerando come obiettivi quelli appena citati:
    * Nascondere l'autore o gli autori: Quando leggete un blog, non vi interessa sapere chi stà scrivendo? Se volete postare un commento, a chi lo indirizzate, all'azienda? Secondo voi è piu' facile sentirsi coinvolti in una conversazione con "un'entità istituzionale" come l'azienda o con una persona in carne ed ossa (con profilo pubblico corredato di foto).
    * Parlare in quarta persona: Nascondere gli autori rende il corporate blog anonimo e non facilita certo il coinvolgimento del lettore. Se poi si parla anche in quarta persona, allora abbiamo aggiunto un ulteriore nota di distacco al nostro "blog anonimo". Chi avrà mai il coraggio di commentare un post scritto da chi si da del "NOI"? Mette un po' in soggezione, non credete?
    * Mettere il veto su post di altri autori o blogger: Parliamo di un corporate blog, e quindi direi che non fare pubblicità gratuita alla concorrenza è sempre una buona pratica. Ciò non toglie che se reperite in rete del buon materiale, anche se prodotto da concorrenti, non possiate permettervi il lusso di citarlo. Onorare gli eroi, anche quelli avversari, è pratica antica e non nuoce certo alla vostra immagine, anzi.
Per ora mi fermo qui. Spero di avervi dato modo di riflettere e l'opportunità di evitare che il vostro corporate blog faccia la fine dell'autobus nella foto.
Vi lascio con una domanda: da un blog preferite sentirvi dare del "VOI" o del "TU"?
Ti lascio con una domanda: da un blog preferisci sentirti dare del "VOI" o del "TU"?
Che effetto fa?


Vedi anche:
Strumenti per l'Enterprise 2.0: le Mappe Concettuali
Strumenti per l'Enterprise 2.0: Il Corporate Blog

martedì 18 novembre 2008

Possiamo utilizzare wikipedia per fare marketing?

Vi piacerebbe vero? Poter inserire il link alla vostra azienda sul sito piu' visitato e meglio linkato al mondo?
Direi di sì, direi che un pensierino ce lo state facendo, vero?

Prima di continuare, però, leggete questo: Wikipedia - Regole per la cancellazione.
In definitiva, se qualcuno dovesse dubitare che vi state facendo pubblicità, per il vostro "link" non ci sarebbe scampo. E fate attenzione a non passare da recidivi, rischiereste di vedervi inibiti ulteriori inserimenti (il vostro IP vi traccia sempre).

"Hanno inventato i proxy apposta", starete pensando. Purtroppo non siete gli unici a conoscere ed utilizzare tools come TOR.
In definitiva, non sottovalutate gli amministratori di Wikipedia.

Potete comunque tentare, e cercare una qualche scappatoia, ma siete sicuri che tutto questo vi porti una buona reputazione?
Riflettete bene prima di inserire un topic che parli della vostra azienda: un utente di wikipedia potrebbe gradire realmente quel contenuto? Oppure si rischierebbe di apparire come uno "spammer"?

La questione morale.
Wikipedia è un bene comune. E' occorso il lavoro di milioni di persone per ottenere quello che oggi è l'archivio di conoscenza piu' utilizzato in assoluto.
Fare "spamming" su wikipedia, inserendo contenuti palesemente commerciali, è come inquinare una spiaggia pubblica, il nostro mare o il nostro lago preferito.
Anche il Duomo di Milano ed il David di Michelangelo sono molto visitati. Cosa pensereste di un'azienda che vi imprimesse sopra il proprio logo?

La questione economica.
Possiamo anche non considerare la questione morale, ma non possiamo esimerci dal riflettere sull'impatto che il nostro topic potrebbe avere sulla nostra immagine e reputazione.
La prima cosa da chiedersi è:
  • a chi interessa quello che stò per scrivere sull'enciclopedia piu' consultata al mondo?
  • qualcuno potrebbe sentirsi infastidito o offeso da quello che stò per scrivere?
  • quale potrebbe essere la reazione di un eventuale concorrente?
  • sono pronto ad accettare correzioni/aggiunte al mio topic da parte di altri utenti?
  • sono sicuro che non emergano risvolti negativi (es: clienti scontenti) che danneggino la mia immagine?
La soluzione.
Se volete piu' visibilità e reputazione, la soluzione migliore è quella di investire in strumenti tipici del web 2.0 (e magari anche in un buon consulente;)), prima di affrontare "avventure comunicative" dagli esiti incerti.
Lo spamming non paga mai, che sia fatto mediante l'utilizzo di e-mail, key-words, registrazione di domini, replicazione di siti, social networking, wikipedia, ecc..
La verità è che oggi gli utenti scelgono, giudicano e rispondono.

mercoledì 12 novembre 2008

Web 3.0 è una versione meglio di Web 2.0?

Io stò scherzando, naturalmente.
Ma c'è chi non lo fa e forse un (brutto) giorno ci ritroveremo a leggere cose come quelle pubblicizzate in questa mia finta locandina.

Molti ancora si stanno chiedendo cosa sia il web2.0, che già si parla di web3.0. Quanto manca al 4.0?
Il web stà diventando un "prodotto software" soggetto al versioning come tanti altri?
Avremo una versione 3.0 beta 1?
Conviene investire nel web2.0, quando il 3.0 è già alle porte?

Che confusione! Meglio aspettare?
Si chiederanno molti imprenditori.

Il fatto è che il versioning del web non ha nulla a che fare col versioning del software. Si tratta di una similitudine che indica un cambiamento di paradigma e non un aggiornamento del prodotto digitale (o software).
Windows 3.0 è stato utilizzato allo stesso modo in cui oggi utilizziamo Windows Vista, o Linux, o Mac. Firefox 1, 2 e 3 vengono utilizzati esattamente allo stesso modo, anche se hanno funzionalità ed interfaccia grafica diverse.

Quando invece si parla di web, le differenze tra 1.0 e 2.0 sono legate a profondi cambiamenti nelle modalità di utilizzo di internet. A tal proposito vi invito a rileggere questo mio post.
Il web 2.0 non è fatto di grafica accattivante e icone stile iPhone, ma di persone.
E' questo il vero cambiamento, non le migliorie dal punto di vista estetico.
Il cambiamento stà nel fatto che io potrei scrivere questo post anche se non fossi un addetto ai lavori, sta nel fatto che voi potete scrivere un'altro post sul vostro blog rispondendo a questo, e che qualcun'altro può rispondere ad entrambi commentando ed esprimendo la propria opinione.
Il cambiamento stà nel fatto che questo post finirà indicizzato in diversi motori di ricerca, aggregatori di news, sarà inviato via e-mail, "twitterato", digerito da LIQUIDA e WIKIO, riversato sui desktop di qualche lettore e mostrato in una piccola finestra del loro widget preferito.
Il cambiamento stà nel fatto che leggendo questo post qualcuno potrebbe sentirsi "ispirato", potrebbe cogliere l'intuizione per una nuova discussione o focalizzare meglio un'idea che da tempo gli "ronzava" (sul ronzio ci ritorneremo) in testa.

Le persone partecipano, si esprimono, si connettono le une con le altre, chiedono e ottengono risposta, rispondono e ottengono reputazione, si confrontano, apprendono ed insegnano. E tutto questo lo fanno da sempre, ma oggi con internet lo fanno meglio, piu' in fretta e scavalcando gli status quo. Questo è il cambiamento che ha portato O'Reilly a definire il web di oggi come WEB 2.0.

lunedì 10 novembre 2008

Quali sono le potenzialità del web2.0? Chiediamolo ad Obama.

Premessa.
Nelle ultime settimane i media non fanno che parlare di crisi, e di cosa ci aspetterà. Io, al contrario, mi sento piu' "carico" del solito e pieno di iniziative. La "crisi" la sento come "conflitto ristrutturante", cambiamento ed opportunità.
"Forse stò perdendo la ragione" mi son detto, ed ho cominciato ad intervistare colleghi e clienti. L'ho fatto allo IAB, durante le pause in una riunione, ma anche e soprattutto mediante i miei social networks preferiti ed i gruppi a cui sono iscritto.
Devo dire che quasi tutti la pensano allo stesso modo: una crisi, se affrontata con le idee e gli strumenti giusti, può diventare una grossa opportunità.

Ma credo che il mio "campione di intervistati" non sia del tutto attendibile: si tratta di persone che fanno parte della mia rete di contatti personali, quindi in un modo o nell'altro "gente che vive il 2.0".
La mia convinzione è che la maggior parte delle imprese (italiane e non, piccole e grandi) ancora non abbia compreso a fondo le reali potenzialità che il web 2.0 può offrire loro, e stia rischiando di finire come le "rane bollite" (bella metafora, cercatene il significato su google).
Ma vi siete accorti di cosa ha fatto Obama?

"Il Social Networking di Obama è stata la vera rivoluzione."
Recita un articolo di oggi dell'Herald Tribune.
Nel Febbraio del 2007, un amico telefona a Marc Andreessen, il fondatore di Netscape ed uno del team di Facebook, chiedendogli se volesse incontrare un tizio con un'idea che sembrava totalmente folle.
Quel tizio era Obama, e stava chiedendo se il potere dei social network, con la sua immensa capacità comunicativa e l'enorme database in continua crescita, avessero potuto aiutarlo a cambiare lo "status quo" delle cose.
Obama credeva in un cambiamento che a molti sembrava impossibile, ma aveva ragione.
Questo PDF spiega in poche parole come questo cambiamento è potuto avvenire.
Come per molti altri innovatori del Web, Obama non ha inventato nulla di completamente nuovo. Invece, l'utilizzo di applicazioni di social-networking per la promozione di un movimento politico ha consentito di raccogliere fondi, organizzare a livello locale ed ottenere i voti che hanno prima rovesciato la macchina elettorale di Clinton e poi dei repubblicani.
Ora Obama non dispone solo della presidenza degli stati uniti, ma anche di una banca dati di milioni di nomi di sostenitori impegnati che potranno contribuire a supportarlo al governo.
La notte di Martedì ha inviato ai suoi sostenitori una e-mail che riportava: "Abbiamo ancora molto lavoro da fare per rimettere il nostro paese sulla strada giusta, e presto ci risentiremo per i prossimi passi da compiere".
Coinvolgere! Ecco la parola d'ordine. Coinvolgendo i propri elettori (attivisti) e con l'aiuto di applicazioni tipiche del social-networking, Obama è stato in grado di finanziarsi la campagna elettorale e di creare un vero e proprio network di elettori sempre crescente. Ha strappato consensi ed è diventato popolare, coinvolgendo le persone.
I social media digitali sono comodi, li possiamo utilizzare nei ritagli di tempo, trasformando quel tempo in qualcosa di estremamente produttivo e "profittabile".
Obama passerà alla storia come il primo presidente 2.0, che ha capito le potenzialità di internet e le ha sfruttate per abbassare i costi della campagna elettorale e per consentire alle persone di auto-organizzarsi e svolgere al meglio il loro lavoro.

"Una campagna politica è come una start-up", non si allontana troppo dalla realtà aziendale.
Il fatto è che internet stà offrendo questa possibilità a tutte le imprese, e chi per primo sarà in grado di comprenderne i benefici, chi ci crederà veramente, potrebbe rivoluzionare i paradgmi su cui molti si stanno cristallizzando e diventare il nuovo Obama tra le imprese.
Restare fermi, non percependo il cambiamento in atto, ci espone al rischio di fare la fine delle "rane bollite".
E la recessione accenderà il fuoco sotto al pentolone.... ;)

sabato 8 novembre 2008

Marketing 2.0: il vero valore dei nostri clienti.

Era da parecchio tempo che l'idea di scrivere qualcosa sul gruppo Fiat mi stava stuzzicando (direi 500 giorni), e di come sia magicamente risorto con grande maestria grazie anche alle innumerevoli attività avviate su internet.
Poi, un po' per pigrizia e un po' per una serie di impegni imprevisti, ho continuato a rimandare trascinandomi dietro questo tarlo fino ad oggi.

E' stato allo IAB Forum che mi si è riaccesa la lampadina, ed in particolare assistendo alla presentazione del case history del Gruppo Fiat di uno spumeggiante e travolgente Giovanni Perosino.
La presentazione riguardava la MITO (Alfa Romeo) e ha offerto una coinvolgente panoramica sulla riuscitissima campagna "Alfabet" (ne parleremo magari in seguito).
Oggi vorrei farvi riflettere sul come la fiat 500 sia diventata un vero e proprio caso di "successo annunciato" proprio grazie ad internet ed alle innumerevoli attività tipiche del web 2.0 che i creativi del Gruppo hanno intrapreso.

L'utente/cliente è il protagonista: "500 WANTS YOU" recita il pay-off del sito fiat500.com. Piu' chiaro di così! Che tu possieda una 500 o che la desideri, puoi entrare a far parte di una community che crea video, jingle, spot, slogan, filmati di configurazioni custom e perfino una 500logia.
Il web 2.0 supporta fortemente il brand e le informazioni che i propri utenti entusiasti portano all'azienda hanno un valore che va ben oltre la somma dei singoli contributi.

Chiunque è connesso a chiunque: e di conseguenza divenda un mezzo di comunicazione che può assumere caratteristiche virali. "Mandalo ad un amico", "Invita un amico", sono link che semplificano la diffusione dei contenuti o dei gadget che riteniamo piu' "fighi".

Perdere il controllo per acquistare attendibilità: ovvero, lasciati andare e goditi il successo. Lascia che la community cresca e coltivane la partecipazione. Le persone partecipano attivamente alla comunicazione ed alla generazione dei contenuti, esprimendo opinioni, fornendo contributi creativi ed informandoci sui loro punti di vista e tendenze. I dati, i contributi e le informazioni raccolte hanno un valore immenso, molto superiore a quello che può essere sviluppato da un qualunque survey.

L'ecosistema internet: internet è un ecosistema nel quale interagiscono macchine, persone ed imprese. Non è una strada a senso unico, non è la televisione, non è la radio ne la carta stampata. Internet si vede, si ascolta, si legge come i media che meglio conosciamo, ma su internet possiamo partecipare, possiamo conversare, creare contenuti, votare e giudicare o essere giudicati, giocare, imparare e insegnare, socializzare e condividere, ricordare o intravedere il futuro. E tutto questo non lo fanno le macchine, ne le imprese. Lo fanno le persone

Attirare l'attenzione è facile, la cosa difficile è mantenerla: Uno spot scioccante attira facilmente l'attenzione, che tuttavia svanisce altrettanto rapidamente. Ma la partecipazione è un'altra cosa. Quando gli utenti diventano proattivi ed iniziano a partecipare, quando creano contenuti, iniziano a percepire quello spazio come familiare, come qualcosa di intimamente loro. Siamo orgogliosi delle nostre idee (che in qualche modo ci rappresentano) e teniamo a condividerle con altri. Il rapporto con gli altri ci cambia e cambiano così anche le nostre idee, ne nascono di nuove. La partecipazione ci coinvolge (bisogno di appartenenza) e ci "trattiene".

Google ama i siti "attendibili": E' banale e scontato lo so, tutti noi lo sappiamo, ma ricordarlo non fa mai male. Il web 2.0 porta anche enormi vantaggi in termini di posizionamento, anche se poi sono ben poca cosa se paragonati al fenomeno del piu' classico "passaparola".

Possiamo parlare di Fiat2.0?
Una nuova Fiat, con idee nuove che ascolta i propri clienti. Una Fiat che sembra lontana anni luce dalla Fiat1.0 di qualche anno fa. Una Fiat che vive un mercato in profonda crisi (come molti altri faranno nel prossimo triennio), ma che ha capito e ha saputo valorizzare il contributo che i nuovi media possono dare alle nostre imprese.

Se state pensando che solo un colosso come Fiat possa permettersi questo genere di attività, allora vi state sbagliando di grosso.
Il web è per tutti ed è estremamanete democratico e meritocratico. Le idee vincenti vincono sempre.
Imprese dinamiche, che credono e comprendono le potenzialità offerte dal web, possono ottenere risultati pari a quelli di Fiat o Alfa Romeo con investimenti molto ridotti.

C'è solo una cosa che fa la differenza, e questa cosa sono le idee.

giovedì 30 ottobre 2008

Perpetual Beta: un bene o un male?

Negli ultimi mesi vi sarà certamente capitato di sentir parlare di "Perpetual Beta".
Il termine indica progetti software che vengono aggiornati in maniera continua.
Ma è un bene o un male?

Se chiediamo ad un utente cosa sia per lui una "versione Beta", molto probabilmente ci sentiremo rispondere che è un software incompleto, non ancora pronto per un utilizzo su larga scale.

Fino a qualche anno fa, il nostro caro utente, aveva tutte le ragioni per pensarlo. In genere il software in versione beta era considerato, dagli stessi sviluppatori, ancora in fase di testing e quindi non adatto ad un utilizzo su larga scala.
Oggi le cose sono cambiate, ed internet ha contribuito non poco a questo cambiamento.
Gran parte delle applicazioni che eravamo abituati ad installare sul nostro PC, sono oggi disponibili anche "live" (Google Docs, Zoho, ecc..).
Lo sviluppo di applicazioni web, e le modalità in cui gli utenti ne usufruiscono, sono sostanzalmente differenti da quelle di applicazioni "stand-alone" (da installare sulle nostre macchine). Un'applicazione web deve "girare" su diversi sitemi operativi, su periferiche molto differti tra loro (cellulari, PC, palmari, portatili, tablet, ecc..), con risoluzioni di ogni tipo ed in continua evoluzione (quante nuove periferiche escono ogni anno?).

La continua evoluzione delle periferiche, dei media e delle esigenze di utenza, ha portato a nuove metodologie di sviluppo e di gestione dei progetti software.
Eventuali bachi vengono corretti in pochissimo tempo, nuove funzionalità vengono sfornate quotidianamente, e le interfacce tengono sempre in maggior considerazione la "user experience".
Questa è la filosofia del "perpetual beta": software di alto livello qualitativo, semplice da utilizzare e sempre aggiornato.
O no? ;)
Ditemi la vostra.

mercoledì 15 ottobre 2008

Enterprise 2.0: l'avvocato del diavolo. Il bene e il male dei Social Network in Azienda.

Un recentissimo articolo di Nick Abrahams, il presidente dello studio legale Deacon di Sydney, analizza l'utilizzo dei social networks in azienda da un punto di vista squisitamente legale.

La domanda a cui si vuole rispondere è:
"Le imprese dovrebbero vietare l'utilizzo di Facebook sul posto di lavoro?"

Ovunque si parla delle potenzialità del web 2.0 per le imprese, ma i rischi?
Le paure di ogni imprenditore sono legate principalmente a tre fattori:
  • Impatto sulla produttività degli impiegati: I Social Networks sono progettati per stimolare l'utilizzo della piattaforma piu' volte al giorno. Gruppi di discussione, chat, attività e alerts richiamano continuamente l'attenzione degli utenti.
  • Impatto sulle risorse IT: L'accesso ai Social Networks occupa banda. La presenza dei video impatta pesantemente sulla capacità di banda delle nostre connessioni.
  • Pericolo della diffusione di informazioni riservate: La mancanza di un controllo sulle informazioni trasmesse, genera la paura di una accidentale fuga di notizie riservate.
Ma esistono anche reali rischi legali:
  • Problemi legati ai rapporti di lavoro: Il fatto che un Manager inviti una segrataria ad accettarlo come "Amico", può essere considerato una molestia sessuale? La segrataria potrebbe sentirsi intimidita, ed un rifiuto potrebbe compromettere la sua carriera.
  • Violazione dei "Temini e condizioni di utilizzo" della piattaforma: Facebook, come altri Social Networks, limitano l'uso della piattaforma al solo uso personale e non commerciale. Un reparto risorse umane che usa Facebook per fare selezione del personale, ne fa un uso chiaramente commerciale, violando i termini e le condizioni di utilizzo.
  • Discriminazione e pregiudizi: Cosa accadrebbe se doveste scoprire su Facebook che il vostro candidato migliore ha particolarissimi orientamenti sessuali o è assiduo frequentatore di sette o gruppi estremisti?
  • Riservatezza dei dati: Cosa accadrebbe se un impiegato dovesse diffondere informazioni riservate? E se il profilo dei vostri impiegati venisse venduto o utilizzato con scopi differenti da quello iniziale dal sito che li ospita?
Nick ha svolto alla perfezione il proprio compito di mettere in luce i rischi.
Ma non si è fermato qui. Ha pensato di volerci veder chiaro e si è messo alla ricerca di una qualche statistica che descrivesse l'utilizzo dei social networks all'interno delle imprese.Non avendo trovato nulla di significativo ha commissionato una ricerca ad hoc. Nasce così la "Deacons Social Networking Survey 2008". Si tratta di interviste telefoniche svolte su un campione di 693 persone che lavorano in imprese Australiane.
Ecco i risultati:
  • Blocco dei social network: il 20% delle imprese Australiane impedisce l'accesso a siti di social network.
  • Età degli utilizzatori: Gli over 35 fanno un uso molto basso dei s.n. (solo il 4%), mentre impiegati piu' giovani di età compresa tra i 25 ed i 35 anni ne fa un uso meggiore (25%). I giovanissimi, sotto i 25 anni, partecipano con ancora maggior assiduità (33%).
  • Percezione: Solo il 14% degli impiegati utilizza s.n. nelle ore d'ufficio, ma il 76% di coloro che abitualmente utilizzano internet concordano sull'affermare che l'azienda ne trae dei benefici. Ecco alcune delle loro ragioni:
    - Dimostra la fiducia dell'azienda nei confronti dei propri dipendenti
    - Consente ai dipendenti di "staccare" per qualche minuto e li mantiene piu' attivi e freschi
    - Consente agli impiegati di socializzare tra loro, con i clienti e con i fornitori.
  • Recruiting: Il 46% degli utenti di s.n. hanno affermato che a parità di offerta lavorativa, sceglierebbero l'impresa che non vietasse loro l'accesso a siti di social network.
Dalla ricerca ne consegue che:
  • Se per la vostra impresa è importante avere personale giovane, allora non dovreste vietare l'utilizzo di siti come Facebook.
  • Anche utenti che non utilizzano i social network, hanno una percezione negativa dell'azienda che li vieta.
Per regolamentare l'utilizzo dei social network in azienda, può essere sufficiente ampliare il proprio regolamento interno. Alcune imprese hanno addirittura inserito un protocollo comportamentale del tipo: "Un senior Manager non può invitare un sottoposto come Amico, ma è libero di accettare tale invito".
In genere è sufficiente usare il buon senso e la definizione delle regole comportamentali da seguire ne è la naturale conseguenza:
  • Rispettare le regole della normale convivenza professionale (tipo non molestare colleghi)
  • Informare i dipendenti che possono fare un uso della piattaforma nei limiti consentiti, e definire con chiarezza quali siano questi limiti
  • Ricordare il dovere di mantenere le informazioni riservate
  • Ricordare agli impiegati che il datore di lavoro può monitorare l'utilizzo che si fa della piattaforma
  • Sottolineare che la mancanza del rispetto delle norme causerebbe la cessazione del servizio.
Nick conclude in questo modo:
In conclusion, the internet has created a major distraction for the workplace but an organisation's ability to use and adapt to new technologies can provide a significant competitive advantage in the market.
Therefore, it may be that organisations may see real benefit arising from social networking by embracing rather than blocking this phenomenon.

lunedì 13 ottobre 2008

Enterprise 2.0: il caso LAGO.

Leggendo del caso LAGO sul blog di Emanuele Quintarelli (al quale vi rimando per ulteriori dettagli), ho avuto la conferma che il Web 2.0 offre immense opportunità alle PMI italiane piu' attente ai cambiamenti.
LAGO non è una "mega" impresa da migliaia di dipendenti, non ha centinaia di filiali sparse per tutto il mondo, eppure è partita per una nuova (ed ignota per molti altri) destinazione.

L'immagine che introduce questo post è stata tratta dal blog (Corporate Blog) di LAGO, su cui scrive anche Nicola Zago, il "deus ex machina" che ha creduto ed avviato questo cambiamento verso il 2.0.
Ho scelto questa immagine perchè rappresenta al meglio lo spirito e l'atteggiamento che dovrebbero avere tutte le imprese che vogliono "lanciarsi" verso il rinnovamento per cogliere le immense opportunità che il web 2.0 ci stà offrendo.

Questa sera LAGO presenta il suo caso presso Assolombarda (clicca qui per scaricare il programma) e se siete nei dintorni non dovreste mancare (c'è anche Emanuele Quintarelli ed è sempre un piacere ascoltarlo).

Ma cosa stà facendo LAGO?
Stà aprendo la strada verso un nuovo modo di farsi conoscere, di acquisire attendibilità sul mercato (ricordate il discorso sulla reputazione?), di organizzare e coltivare il proprio know-how, di reperire preziose risorse fuori dei confini aziendali, di estendere il proprio mercato, di affermare la propria leadership.
E lo stà facendo "conversando". In modo informale, dinamico, appassionato e coinvolgente.
Lo fa col suo "Design Conversations" (il Corporate Blog), con i "Lakebloggers" (i blog personali) che coinvolgono i diversi dipartimenti aziendali, con BlipTV, con Flick, Twitter, con Issuu.
E poi ancora con Lagostudio, Facebook, Friendfeed.
Se volete seguire i feed RSS LAGO, potete farlo mediante Feedburner.
Inoltre c'è un progetto di knowledge management gestito mediante un wiki (Socialtext), una gestione progetti fatta con Zoho ed una community di rivenditori gestita con Ning.

Non si è fatta mancare nulla, sotto il profilo 2.0 ;)
LAGO stà conversando col web, con noi, e noi possiamo partecipare, collaborare ed impare qualcosa.
Leggendo i commenti su "Design Conversations" capirete meglio a cosa ci si deve preparare affrontando un'iniziativa di questo tipo. Troverete chi vi adora, ma anche chi esteriorizzerà le proprie perplessità (soprattutto se è della concorrenza :D).


Lascio a vostri commenti ulteriori riflessioni.

sabato 11 ottobre 2008

Strumenti per l'Enterprise 2.0: Il Corporate Blog

Continuiamo il nostro percorso alla scoperta degli strumenti che il Web 2.0 offre alle aziende per intraprendere un proficuo percorso verso l'Enterprise 2.0.
Parliamo del Corporate Blog.

In un post precedente, "a cosa serve un blog", avevo già introdotto il tema dal punto di vista S.E.O. e della comunicazione.
Oggi, invece, cercheremo di riflette sul come fare per attivare il nostro Corporate Blog.

La Piattaforma:
Innanzi tutto cerchiamo di capire quale sia la piattaforma piu' adatta ad ospitare il nostro blog aziendale.
Abbiamo diverse opzioni:
  • Servizio di hosting su server pubblici (Blogger, Wordpress, TypePad, ecc..)
  • Installazione della piattaforma su server aziendale (sia di soluzioni open-source che soluzioni proprietarie)
In entrambi i casi avrete la necessità di acquistare un dominio (anche di terzo livello. es: blog.miaazienda.com). Se disponete già di un dominio, potreste pensare anche di utilizzare una sottosezione dello stesso (es: www.miaziende.com/blog).
Io, da un punto di vista tecnico, prediligo la scelta di un dominio di terzo livello (blog.miazienda.com).
Per cominciare vanno benissimo servizi come quelli offerti da Blogger o Wordpress, che sono ospitati su server pubblici, non costano nulla e non vi impongono alcuna problematica di configurazione. Blogger ha qualche funzionalità in meno di Wordpress, ma è molto semplice da implementare.
Quando poi sarete diventati degli esperti, o le vostre esigenze dovessero aumentare, allora potete sempre decidere di installare la piattaforma presso un vostro server.
Tenete presente che dovrete provvedere all'importazione di tutti i post, dei commenti e delle immagini presenti sul server pubblico. In questo caso vi vengono in aiuto i feed RSS (di cui parleremo in seguito), ma non guasterebbe un bel tool di importazione presente sulla piattaforma che avrete deciso di adottare.
Ah, non dimenticate di reindirizzare i DNS, e mantenete in linea il vecchio blog per almeno un paio di settimane.

La Preparazione:
Un blog non si improvvisa, va preparato, anzi "progettato".
  • Motivazioni: E' importante chiarire bene i motivi che portano l'azienda ad aprire un blog. Un blog aziendale non si apre perchè va di moda e neppure perchè un qualche consulente esterno ci ha convinti della sua enorme potenzialità.
    Il corporate blog è come un figlio: deve essere fortemente voluto.
    Un Corporate Blog tenuto in scarsa considerazione dalla stessa azienda che lo pubblica, è un fallimento assicurato.
  • Definire gli argomenti IN: Di cosa si parla? E' importantissimo definire di cosa si vuole parlare. Una chiara linea editoriale conferisce coerenza e garantisce continuità.
  • Definire gli argomenti OUT: E' molto piu' importante, tuttavia, definire di cosa non si deve parlare nel blog. Gli argomenti "vietati" evitano i fuori-tema, le cadute di stile e crisi difficili da gestire (es: non trattate mai la customer-satisfaction o l'assistenza nel vostro corporate blog, a meno che non sia un blog dedicato a questo - ma vi consiglio un forum).
  • Definire i blogger: Individuate da subito i blogger ed il "Blog Champion" (il responsabile e moderatore del blog). Il "Blog Champion" ha la responsabilità di garantire la continuità e la regolarità dei post, di coinvolgere e motivare i blogger, ma soprattutto di "coltivare" il blog e di seguirlo nella crescita. I commenti troppo aggressivi dovranno essere moderati.
    Il CEO potrebbe essere tra i blogger, ma dovrebbe garantire una certa continuità.
  • Presentarlo all'interno: Presentate il blog all'interno della vostra azienda e raccogliete feedback dai vostri dipendenti. Se vi guarderanno con aria smarrita ed occhi vitrei, non meravigliatevi e non scoraggiatevi, vuol solo dire che non sono abituati alle novità ;)

I Contenuti:
Eccoci al piatto forte, i contenuti. Nessuno può ispirarvi sulla qualità o quantità degli argomenti da trattare.
Possiamo invece delineare delle linee guida da rispettare (come sempre dettate dal buon senso).
  • Comunicazione informale: I lettori di un blog non si aspettano un linguaggio "istituzionale", ma vogliono sentir parlare di argomenti di loro interesse in modo discorsivo ed informale, fuori da schemi predefiniti ed aziendali.
  • Non cercate di vendere: E' la logica conseguenza del primo punto. Non fatevi autopromozione, perchè i lettori del vostro blog non vogliono sapere quanto siete belli o bravi, ma voglio avere informazioni utili a loro. Abbandonate l'egocentrismo delle imprese 1.0 per conquistare la reputazione e l'autorevolezza delle imprese 2.0.
  • Usate i link in modo intelligente: Sito e Blog dovrebbero essere legati l'uno con l'altro in modo razionale e coerente con i contenuti. Se, per esempio, in un post vi capitasse di parlare di un problema che potrebbe essere risolto da un certo prodotto (che guarda caso è il vostro), non mancate di inserire un link (possibilmente con target "_blank" - che si apra in una nuova schermata) alla pagina del sito che tratta il prodotto in questione. Fate lo stesso sul sito, ogni volta che si presenti l'occasione.
  • Distinguetevi: Facile a dirsi, vero? Ma se parlate di cose banali, di cui parlano tutti, per timore di esporvi troppo, allora il vostro blog non serve a molto. Se invece parlate di argomenti di nicchia, o affrontate argomenti banali da punti di vista inaspettati, allora farete in modo che gli altri parlino di voi. Un esempio? Provate a leggere come Alberto tratta l'argomento "Scale". Visto?
  • Create relazioni con altri blogger: Partecipate al dialogo! Leggete altri blog simili, individuate i vostri preferiti ed iniziate un dialogo con altri blogger. Linkate ai loro blog e fate in modo che loro linkino al vostro. Commentate i loro post e fate in modo che loro commentino i vostri. In questo modo aumenterete la visibilità ed inizierete a vivere il vero web 2.0.

La Forma:
Si tratta dell'aspetto puramente grafico in termini di stile e layout.
  • Aspetto: Lasciatevi guidare dai vostri esperti di Web Design, oppure se non volete sbagliate mantenete pure l'aspetto del vostro sito istituzionale(dopo tutto il blog potrebbe diventare il punto di ingresso al vostro sito).
  • Link: Mettete i link (al vostro sito, ad altri blog, ecc..) sulla destra dello schermo. Questo l'avrete sentito dire un po' da tutti, vero? Ma sapete il perchè?
    Perchè, da un punto di vista puramente psicologico, a destra collochiamo lo spazio dedicato agli altri, agli amici, ai conoscenti (mentre a sinistra c'è l'autorità). Il vostro lettore, inconsciamente, percepirà i link sulla destra come "amichevoli".
  • RSS: Non mancate di mettere bene in evidenza i feed RSS. Sono loro che facilitano la diffusione del vostro blog. I vostri abbonati potranno leggere i vostri post senza doversi per forza collegare al sito del blog, magari mediante il loro iPhone, Blackberry o altro.

Le Conseguenze:
A cosa dovete essere preparati?
  • Feedback degli utenti: Possono essere positivi, ma anche negativi. Dovete essere preparati a gestire i feedback negativi in modo produttivo e proattivo. Fate molta attenzione ai toni che userete e cercate di evitare polemiche che porterebbero ad una "spirale negativa". Dovete rompere la catena della polemica.
  • Fidelizzazione ed identificazione: Un Corporate Blog di successo raccoglie utenti fedeli che si "affezionano" all'azienda. Loro saranno la vostra arma migliore contro chi vi muoverà delle critiche (provate a criticare Ducati sul suo blog).
  • Impegno: Un blog è molto impegnativo, e un Corporate Blog richiede almeno una figura dedicata (diciamo un "Blog Champion"). Non cadete nella tentazione di recuperare figure dedicate ad altre attività. Il "Blog Champion"deve essere molto motivato e concentrato sul progetto.
  • Impegno delle risorse interne o del CEO: A seconda dei casi, un blog può richiedere l'intervento delle risorse interne (impiegati) o del CEO. Molto dipende dalla linea editoriale che si vuol seguire. Un CEO che si mette in discussione è sicuramente un segnale molto forte, ma può diventare controproducente se non si riesce a coinvolgere il lettore.
    Purtroppo non sempre le risorse interne aziendali sono sufficientemente motivate alla partecipazione, perciò può risultare difficile trovare blogger all'interno.
  • Misurare il successo: Ok, siete partiti. Ora preparatevi a misurare il successo e la crescita del vostro blog. C'è chi considera il numero di commenti un buon indicatore, ma in realtà è del tutto legato alla tipologia di blog che stiamo implementando ed al tipo di post (ci sono post che non stimolano commenti, ma che informano).
    Io non disdegno le care vecchie statistiche sui log.
    Non dimenticate di misurare gli abbonati mediante feed RSS (in questo vi vengono in aiuto servizi come quello offerto da feedburner).

Bene, se avete letto tutto questo lunghissimo post, allora vuol dire che non vi ho annoiato.
Se volete contribuire ad arricchire questo post con i vostri consigli fatelo pure, siete i benvenuti.
Se avete domande, chiedete. Qualcuno vi risponderà di sicuro.

Vedi anche:
Strumenti per l'Enterprise 2.0: le Mappe Concettuali
Strumenti per l'Enterprise 2.0: il Corporate Blog (Seconda Parte)

lunedì 6 ottobre 2008

Enterprise 2.0: I dati dal secondo studio annuale di McKinsey



Gli strumenti che il Web 2.0 mette a disposizione delle aziende sono moltissimi. Molti si stanno però chiedendo se servono.
Il secondo studio annuale di McKinsey cerca di fare un po' di luce.
Se volete approndire vi consiglio questo post.
Io mi limito a farvi un piccolo riassunto sull'utilizzo di strumenti quali Blogs, Wiki, RSS e Podcast:
  • 93% utilizza strumenti 2.0 per la gestione della conoscenza (I)
  • 87% per migliorare il rapporto con i clienti (E)
  • 78% per incoraggiare la collaborazione interna (I)
  • 74% per rafforzare la cultura aziendale (I)
  • 73% per il customer service (E)
  • 71% per la formazione (I)
  • 71% per conquistare nuovi clienti (E).
A quanto pare la maggior parte delle applicazioni sono rivolte verso l'interno (I), piuttosto che verso l'esterno (E).
Secondo quanto riportato dagli intervistati, il 38% afferma che gli strumenti web 2.0 hanno cambiato il modo di comunicare con i clienti ed i fornitori, ma non hanno cambiato l'organizzazione e la gestione dell'azienda (36%). Di questi ultimi (il 36% che dice di non aver subito influenze organizzative) si dichiarano insoddisfatti degli strumenti utilizzati ben il 46% (Per forza, se non hanno voluto affrontare cambiamenti organizzativi e gestionali).

Quest'ultimo dato deve farci riflettere.
L'Enterprise 2.0 non è un software che si installa con un doppio click.
E' un processo che coinvolge in primis il management e non può prescindere da un qualche cambiamento organizzativo e gestionale.
E' possibile delegarlo a consulenti esterni e ad aziende specializzate, ma in qualche modo ci si deve lasciar coinvolgere.
Chi di voi ha ottenuto una qualche certificazione (es: ISO) senza compiere alcuno sforzo o cambiare una qualche procedura?

domenica 5 ottobre 2008

Strumenti per l'Enterprise 2.0: Le mappe concettuali

Con questo post voglio dare inizio ad una serie di "white papers" sul tema "Strumenti per l'Enterprise 2.0".

Inizierò questo percorso con uno strumento molto particolare e nuovo a gran parte di voi: le mappe concettuali (cliccate sul link per leggere una breve introduzione sul mio sito personale).

Benchè le mappe concettuali siano uno strumento potentissimo per le aziende (soprattutto se utilizzate come strumento collaborativo), non sono ancora diffuse come meriterebbero (ma in fondo neppure i progetti di social enterprise :)).

L'immagine qui sopra riporta la mappa utilizzata dalla NASA per la preparazione della missione su marte. Cliccandoci sopra potrete navigarla in formato HTML, esplorando oltre 100 mappe concettuali e facendovi un'idea di cosa sia una mappa concettuale e di come possa essere utilizzata.
Ma prima di cliccarci sopra e "perdervi" nell'esplorazione dell'universo concettuale propostovi dalla NASA, finite di leggere questo post.

Non confondete le mappe concettuali con le mappe mentali. Anche se hanno diverse similitudini, si tratta di due strumenti con scopi molto diversi.
Le mappe concettuali hanno un orientamento spiccatamente cognitivo, che le rende particolarmente utili in contesti quali la gestione della conoscenza, la formazione, la risoluzione di problemi.
Al contrario le mappe mentali, maggiormente orientate all'ambito creativo, sono utilizzate in chiave evocativa ed emozionale.
(Definizione tratta da Wikipedia - mappe concettuali)
Gli ambiti applicativi delle mappe concettuali sono quindi la gestione della conoscenza, la formazione e la risoluzione di problemi.
Stiamo parlando di domini in cui molto spesso ci addentriamo quando affrontiamo progetti Enterprise 2.0.
Le mappe mentali trovano invece applicazione in ambiti piu' creativi (avete mai fatto del brain-storming?) che molto spesso precedono l'utilizzo e la definizione delle mappe concettuali.

Il software.
Il software che vi propongo per le mappe concettuali è CMapTools, che potete scaricare gratuitamente dal sito dell' "Institute for Human and Machine Cognition".
(Invece per le mappe mentali potete utilizzare FreeMind, ma ne parleremo in altra sede)
E' sviluppato interamente in Java (io lo uso indifferentemente sia in Linux che in Windows, ma gira perfettamente anche su Mac), perciò assicuratevi di aver installato anche il JRE. In ogni caso, una volta avviato il Setup, verrete guidati all'installazione passo per passo.
Se non siete esperti, evitate l'installazione personalizzata ma lasciate fare tutto al wizard.
Appena installato il software ed avviata l'applicazione, verificate la presenza dei server pubblici IHMC nella finestra "Cmap condivise in rete".
I server pubblici IHMC vi serviranno per "curiosare" un po' tra il sapere umano e per creare una vostra cartella (pubblica o privata) in cui salvare i vostri progetti (potete salvarli anche in locale, ma che 2.0 sarebbe).

Se i servers non sono presenti, potete aggiungerli cliccando su "Aggiungi Sito" e selezionandoli dalla maschera che comparirà a video (accetta anche la selezione multipla - tenete premuto CTRL mentre cliccate sul nome del server).

Per creare la vostra cartella, vi consiglio di utilizzare il server "IHMC Public Cmaps (3)" e la cartella "Users (create your own folder...)".
Volendo potete anche creare un vostro server, ma dovete chiedere l'autorizzazione all'istituto che vi farà compilare un breve form di richiesta (se avete problemi contattatemi pure).

Curiosando nella cartella "Users (create your own folder...)" del server "IHMC Public Cmaps (3)" troverete anche la cartella "Smartfeeling.org". Quella è la mia cartella pubblica in cui potete trovare alcune delle mappe che uso per i test o le esplorazioni concettuali (il contenuto ed il numero delle mappe varia in continuazione).

Se cliccate su un server, o una cartella, col tasto destro del mouse, potrete aggiungerlo ai vostri "preferiti". Ve lo consiglio vivamente, in quanto i tempi di caricamento delle strutture ad albero possono diventare piuttosto lunghi se i server sono sovraccarichi.

Ora siete pronti per la creazione della vostra prima mappa.
Se cliccate sull'immagine qui a fianco (la mappa di esempio) potrete visualizzare il video tutorial per la creazione.

QUI PER VISUALIZZARE LA MAPPA IN FORMATO HTML.

Come avrete già capito, CMapTools consente di visualizzare la mappa in formato Html e quindi di pubblicarla su internet per renderla visualizzabile da chiunque.


Facciamolo 2.0!


Ed ecco la parte piu' interessante, che fa di CMapTools un perfetto strumento 2.0.
Le mappe possono essere condivise live con altri utenti autorizzati alle modifiche (che stiano usando CMapTools). In questo modo è possibile lavorare in gruppo su una mappa, anche se si è dalla parte opposta del pianeta. Possono essere proposti nuovi concetti, rielaborati i concetti esistenti o create nuove relazioni.

Le mappe concettuali sono uno strumento realmente eccezionale già quando vengono utilizzate da un singolo individuo, ma in gruppo diventano una vera bomba.
Provare per credere.


Ora prendetevi qualche minuto per navigare le mappe prodotte dalla NASA.
La produzione di mappe concettuali ha consentito al team di focalizzare la missione a 360°, sotto ogni punto di vista.

Vedi anche:
Strumenti per l'Enterprise 2.0: Il Corporate Blog.
Strumenti per l'Enterprise 2.0: il Corporate Blog (Seconda Parte)

venerdì 19 settembre 2008

A cosa serve un blog?

Ecco un'altra domanda da un milione di dollari.

Prima di perderci nelle elucubrazioni che ci porteranno a rispondere alla domanda, definiamo innanzi tutto "cosa è un blog".
Il "web-log", ovvero "traccia su rete", è l'equivalente digitale del buon vecchio caro diario, con la grande differenza che anzichè essere "segreto" è del tutto pubblico.

A questo punto, per dare una risposta sensata, occorre chiedersi chi sia a porci la domanda.
Si tratta di un adolescente, o forse di un professionista, o un ricercatore, o un'impresa, o il manager di un'impresa, o il dipendente di un'impresa, o semplicemente un individuo con forte desiderio di scrivere ed essere letto?

E' chiaro che ognuna di queste categorie sottintende "vantaggi" differenti.
Per essere breve e non annoiarvi, tuttavia, mi soffermerò solo sui blog aziendali e professionali.
Proverò ad abbozzare qualche riflessione considerando due punti di vista ben distinti: SEO e Comunicazione.

SEO (Search Engine Optimization)
  • Dinamicità: Il blog è dinamico per definizione (se non lo fosse, potreste chiuderlo). Nuovi contenuti vengono inseriti almeno settimanalmente, e questo piace molto ai motori di ricerca perchè è sintomo di "vita intelligente" sul sito. I siti dinamici sono i preferiti dai motori di ricerca.
  • Facile da indicizzare: Gli spider (i bot o crawler che i search engine utilizzano per indicizzare le pagine) non amano dover scavare in strutture troppo complesse, nei javascript o nei files compilati (tipo flash). Il formato RSS (l'output del blog) è invece ben leggibile.
  • Coerenza delle Key-Words: In genere il blog tratta una serie di argomentazioni coerenti. I contenuti identificano una serie di key-words che verranno indicizzate dai motori di ricerca.
  • Backlinks: Sono i link a ritroso che portano al blog. Non è una cosa automatica che altri siti e blog riportino link al nostro blog, ma quando accade ha un enorme valore in termini SEO.
  • Interconnessioni: backlinks, link verso l'esterno (meglio se con un bel rel="nofollow"?) e commenti, generano interconnessioni con il web. Anche questo è indice di un sito vivo e ben interconnesso con il web, e non dispiace certo ai soliti motori di ricerca.
Marketing e Comunicazione
  • Raggiungibile: Il blog facilita la comunicazione in quanto è facilmente raggiungibile da diverse piattaforme. I feed RSS sono un eccezionale veicolo per le nostre informazioni ed uno degli strumenti piu' affilati del Web 2.0. I nostri interlocutori possono raggiungerci nel modo che preferiscono, mediante il feed reader installato sul loro telefonino o quello installato sul loro desktop (Linux, Windows o Mac) o mediante un widget sul loro portale preferito.
  • Raggiunge nuovi interlocutori: Mentre il sito web aziendale è verticale e "monotono", il blog può allargarsi anche orizzontalmente, affrontando argomentazioni e riflettendo su concetti che diversamente non potreste affrontare a livello aziendale (istituzionale). Per questo motivo raggiunge platee che non avreste mai raggiunto. Chi legge abitualmente i blog sa di cosa stò parlando: si parte da un articolo che parla di telefonini e di link in link, di post in post, ci si ritrova a leggere di mappe concettuali (sono un po fissato) o fisica quantistica.
  • Discreto: Il blog, sempre grazie ai feed RSS, è discreto, non obbliga l'utente a collegarsi al nostro sito per leggere ciò che vorremmo dirgli. Semplicemente chi ci vuole ascoltare lo fa come e quando preferisce. Seguire un blog mediante i feed RSS non fa perdere tempo.
  • Coinvolgente: Possiamo partecipare attivamente alla vita di un blog, commentando e stimolando la conversazione. Come utenti del 2.0, possiamo dire la nostra, esprimere le nostri opinioni ed aprire un dialogo con chi scrive.
  • Diretto: La comunicazione è piu' diretta e personalizzata, grazie ai contenuti multimediali che possiamo inserire nei post. Raggiunge piu' facilmente il proprio obiettivo. Il blog parla direttamente al lettore.
  • Informale: Al blog è consentito "l'abito casual" anche in caso si tratti di blog aziendali. Nasce con un accezione informale e raggiunge così i propri interlocutori senza troppi formalismi.
    Ricordate che: "le cose serie si dicono scherzando" ;)
  • Rapido: Il post è il contenuto. Può essere molto breve e stimolante o lungo ed esaustivo, in ogni caso raggiunge subito chi vi segue (chi è interessato ai vostri contenuti).
  • Contribuisce alla reputazione: Chi non ha nulla da dire, tace. Chi tace difficilmente viene notato. Il vostro blog comunica a chi vi legge che voi avete qualcosa da dire, che in qualche modo siete "esperti" in qualcosa. Provate a leggere questo blog sulle scale.
  • Rafforza il brand: E' una conseguenza del punto precedente. Quello che scrivete nel vostro blog aiuta chi vi legge a capire meglio chi siete, vi distingue dai competitors che non hanno il blog, o vi caratterizza meglio. Siete leader nel design, o nella qualità dei vostri prodotti? Cosa avete di eccezionale? Il blog vi aiuta a comunicarlo meglio di qualunque altro strumento (vedi punto seguente).
  • Da fiducia: Se tenuto nel modo "giusto" (qui si aprirebbe un mondo), il blog è piu' propenso di un sito web istituzionale a conquistare la fiducia dei lettori. Proprio perchè il lettore può partecipare al dialogo con voi (i commenti), si fida molto piu' di un blog che di un "freddo" sito istituzionale.
  • Facile ed economico da gestire: Non occorre essere programmatori per gestire un blog, basta volerlo fare. Le innumerevoli piattaforme open-source ed i portali come blogger offrono un ottimo supporto e template grafici professionali senza la necessità di conoscere una riga di HTML o CSS.
Concludendo, "a cosa serve un blog"?
Fate questo esercizio: perchè non provate a dirmi la vostra, con le vostre esperienze vissute o con il vostro carico di aspettative.
Avete un blog? A cosa serve secondo voi il blog?
Non avete un blog? Sapreste dirmi a cosa potrebbe servirvi un blog, cosa vi aspettereste?

Ecco a cosa serve.

mercoledì 17 settembre 2008

Come posso fare per indicizzare il mio sito in google perche' sia in alto nella gradautoria?

Credo sia proprio la domanda da un milione di dollari.

Se state cercando la risposta su google, allora avrete usato le parola chiave 'SEO', 'google', 'indicizzazione', 'tips', ecc..

Ed ecco che vi ritrovate a sfogliare piu' di un milione di risultati.
Leggeteli pure, e vi renderete conto che è un vero labirinto di trucchi ed accorgimenti di ogni tipo.
Si spazia dai consigli su come scegliere le key-words (parole chiave), al come agganciarle ai links e ai contenuti, al come evitare lo spamming, o a quanto sia importante includerle nel titolo della pagina (ma evitate titoli oltre i 255 caratteri ;)).

Si tratta di tecniche "SEO 1.0", ovviamente necessarie.
Talmente necessarie, che ormai le adottano tutti. E secondo voi, se tutti adottano questi accorgimenti, quanto sono ancora efficaci?
Apro una piccola parentesi per gli utenti Joomla: leggete questo post su come ottimizzare le pagine del vostro portale.

Detto questo, ne approfitto per introdurre una nuova parola chiave che spero utilizzerete da qui a cinque minuti per una nuova ricerca su google: "SEO 2.0".
Fate questa prova:
- A) Cercate prima seo -"seo 2.0" (tutto il testo in grassetto e apici compresi)
- B) Cercate ora "seo 2.0" (apici compresi)
Noterete che la ricerca A ha prodotto circa 174.000.000 di risultati, mentre la B solo 63.000 (piu' o meno, i valori possono cambiare nel tempo ed in funzione della zona geografica).

Questi valori ci comunicano che il termine "SEO 2.0" è molto meno popolare del termine "SEO". Ne consegue che "SEO 2.0" è un concetto relativamente nuovo (vedrete che tra pochi mesi le cose cambieranno).
Ma perchè è nata l'esigenza di "evolvere" il SEO?
La risposta è semplicissima: perchè i motori di ricerca hanno migliorato i loro algortimi per poter fornire ai lori clienti (coloro che effettuano le ricerche) i migliori risultati possibili (cioè quelli piu' attinenti alle parole chiave).

Web 2.0, Enterprise 2.0, SEO 2.0: che confusione!?
Macchè, questa volta non è colpa del marketing ;)
Nessuno stà cercando di venderci nulla di trito e ritrito, vestendolo con termini nuovi.
Non si tratta di mode, ma di cambiamenti radicali che stanno avvenendo (in realtà sono già avvenuti) "in" internet e "con" internet.
Tutto gira intorno agli UTENTI (Web 2.0, Enterprise 2.0) ed ai CONTENUTI (SEO 2.0), e non piu' intorno alle istituzioni aziendali (Web 1.0) ed agli accorgimenti sintattici e strutturali delle pagine HTML (SEO).

Ma non voglio annoiarvi troppo con la solita storia del cambiamento, e che il vostro sito non è piu' efficace come prima (se prima lo era), e che oggi sono gli utenti a gestire la comunicazione su internet, e che il Web 3.0 estrometterà chi non è pronto, e blablabla... e poi bla. Solita storia, se siete interessati a questo potete leggere gli altri post su questo blog (ormai non parlo di altro da mesi).

Oggi, per rispondere alla famosa domanda da un milione di dollari, voglio darvi i "consigli della nonna".
Quelli che vengono dall'esperienza e dal buon senso, e che in genere sono facili da capire.
  • Non preoccuparti ora del posizionamento sui motori di ricerca, saranno loro a trovarti
  • Cura i contenuti. I tuoi utenti vogliono contenuti chiari, di qualità, fatti per loro e per soddisfare le loro esigenze.
  • Preoccupati che il sito sia sfogliabile anche da utenti non registrati, che si possano leggere i commenti sui forum o sui blog (valgono moltissimo per i tuoi utenti, e di conseguenza anche per i search-engine)
  • Cura un blog pubblico (es: su blogger) legato al tuo portale, in cui almeno una volta a settimana parli in modo informale di un qualche argomento a tema col tuo sito e assicurati che il post abbia un link al sito stesso (ma che sia coerente con il contenuto, mi raccomando)
  • Cura le pubbliche relazioni: sfrutta facebook e altri social network per pubblicizzare blog e portale, per rintracciare utenti interessati ad iscriversi e a contribuire attivamente. Se crei interesse e partecipazione, allora hai vinto.
  • Stimola la partecipazione, coinvolgi in qualche modo gli utenti. dai un motivo a chi ti visita per tornare.
  • Cerca meccanismi di diffusione virale del tuo portale. E' la cosa piu' difficile, ma se funziona hai fatto bingo. Il concetto è quello di fare in modo che si accenda la scintilla del passaparola. Utenti iscritti che sono talmente contenti e motivati, da diffondere la notizia dell'esistenza del portale e da portarne altri.
  • Attiva un sistema di statistiche per monitorare gli accessi (tipo google analytics), ma soprattutto per monitorare le attività interne e la partecipazione. E' fondamentale per capire come stai andando.
Non siete d'accordo con me?
Sentitevi liberi di commentare questo post...:)

martedì 9 settembre 2008

Tracciabilità dei prodotti di IV gamma: applicazioni future ed opportunità

Il 26 settembre 2008, presso il Centro Universitario Residenziale di Bertinoro (FC), si terrà il workshop che corona un progetto di ricerca (a cui ho contribuito come ricercatore e co-ideatore del sistema informativo) in collaborazione con l'Università di Bologna (Dipartimento di Scienze degli Alimenti) durato piu' di un anno.
Cliccate qui per scaricare la brochure completa in formato PDF.

Si parlerà di IV gamma e (rin)tracciabilità nel settore agroalimentare.

Il risultato di questa ricerca, ed i notevoli sforzi investiti nella realizzazione di un innovativo algoritmo di ricerca in grado di "rintracciare" e collegare tra loro basi dati eterogenee, ha prodotto il portale "www.quartagamma.com" (oggi aperto in versione beta).
Il risultato è un sistema informativo "integrato" in grado di raccogliere informazioni eterogenee (logistica, conservazione, impronte molecolari, lavorazioni di trasformazione, trattamenti, manutenzione impianti) e "trovare" il filo conduttore che le lega le une alle altre.
In questo modo viene disegnato un albero che descrive il percorso e le trasformazioni di un prodotto lungo tutta la filiera, a partire da uno qualunque dei processi coinvolti (es: analisi molecolari NMR o anche piu' semplicemente solo dal codice lotto del prodotto).

Se siete interessati potrete, a breve, iscrivervi direttamente sul sito www.quartagamma.com.
Vi aspetto :)

P.S.:
Ah, dimenticavo, nella gestione di questo progetto abbiamo adottato un approccio "accrescitivo"..

mercoledì 20 agosto 2008

Knowledge Management: l'approccio "Accrescitivo"

Dal post precedente "Knowledge Management: l'approccio oneroso", è emerso che un approccio "tassonomico" (top-down) risulta estremamente oneroso e spesso è causa del fallimento di molti progetti di Knowledge Management (e non solo).

Il costo deriva tutto dal fatto che si cerca di categorizzare la conoscenza a priori. In realtà nella fase di start-up non sempre è possibile definire quale sia il modo migliore per raccogliere le informazioni, quali siano le categorie ed i livelli di accesso in funzione della profilazione dell'utente.
Se ciò fosse possibile, allora probabilmente non mi servirebbe neppure uno strumento di Knowledge Management.

L'approccio "Tassonomico" ha proprio questa presunzione: voler definire a priori una struttura adeguata ad ospitare una conoscenza di cui non si sa ancora nulla.
Mentre in altri contesti funziona discretamente, quando si tratta di gestire "il sapere", l'approccio tassonomico, risulta inadeguato.

Per fortuna esiste un'alternativa (vedi figura).
La soluzione viene dal mondo del Web 2.0. Alle carenze del modello top-down possiamo sopperire con i pregi del modello bottom-up.
Per fissare bene il concetto, provate a mentalizzare questo scenario:
  • TOP-DOWN: (Signorina con i capelli neri). Immaginate di dover disegnare la silhouette della signorina partendo dall'alto, cioè dalla testa. La prima cosa che fareste sarebbe quella di decidere il punto da cui partire. Una volta presa la decisione avete già determinato l'altezza della vostra silhouette (distanza tra testa e suolo). Cosa accadrebbe se dopo aver disegnato la testa, voleste per esempio gambe piu' lunghe? o spalle piu' larghe? Come risultato otterreste una specie di Troll.
  • BOTTOM-UP: (Signorina con i capelli biondi). Questa volta partiamo dal basso, dalle scarpe. Possiamo scegliere che tipo di tacco disegnare, poi su verso la caviglia, le ginocchia... Bene, credo sia sufficiente. Il risultato sarà sicuramente migliore.
Credo che ora difficilmente dimenticherete il concetto ed i pregi di un approccio "bottom-up" :)
Per chiarire meglio i concetti vi propongo altre due immagini:



L'immagine che rappresenta la "taxonomy" è tratta da una mappa concettuale (uno dei miei strumenti preferiti) che rappresenta l'analisi per un corso di e-learning.
In questo caso l'organizzazione tassonomica delle informazioni calza a pennello.




L'immagine che riguarda la "folksonomy" rappresenta il classico tag-cloud.


Vorrei soffermarmi a riflettere sulla tassonomia, rappresentata dalla nostra mappa concettuale.
Per stendere quella mappa con l'approccio top-down occorre possedere una visione panoramica (dall'alto) dell'intero dominio della conoscenza.
Nonostante questo, pensate quale sforzo comporti il definire a priori una struttura in grado di ospitare le diverse tipologie di informazione.
In realtà, quando si crea una mappa concettuale lo si fa partendo dal basso, con un approccio bottom-up. Questo perchè il definire i concetti ed il relazionarli tra loro innesca un processo di apprendimento che migliora la visione del contesto principale. Ecco che emergono nuovi concetti e relazioni, nuove connessioni tra i vecchi concetti e nuovi concetti che si relazionano a quelli esistenti.
La stesura di una mappa concettuale è un processo in continuo divenire, virtualmente infinito, come la conoscenza.

Lo stesso avviene nelle nostre aziende quando prende vita un progetto di organizzazione della conoscenza.
I concetti fioriscono pian piano, così le metodologie di organizzazione degli stessi.
Dal basso verso l'alto, è nella natura della conoscenza stessa. Così come lo è la "scoperta".
Quello che ancora non è emerso è che "condivisione e collaborazione" sono il vero fulcro di questo processo "bottom-up" e la leva che ci solleva dagli oneri di un approccio tassonomico.

Definiamo meglio i due antagonisti.
Da un lato l'approccio che fino ad oggi è andato per la maggiore, quello tassonomico, che parte da un'analisi preventiva da parte di un team ristretto di persone e termina dopo la fase di sviluppo. E' un approccio di tipo top-down e lo chiameremo "Approccio Piramidale".
Dall'atro un nuovo modo di gestire la conoscenza, mutuato dall'esperienza del Web 2.0, che vede gli utenti come attori principali del processo.
E' un approccio di tipo bottom-up, dove si parte dalle informazioni e solo successivamente si definisce una struttura. Lo chiameremo "Approccio Accrescitivo".

Mentre l'Approccio Piramidale si fonda sull'imposizione, l'Approccio Accrescitivo si fonda sulla collaborazione.

E' chiaro quindi che nel primo caso (Approccio Piramidale) gli oneri e le responsabilità maggiori sono a carico del team che implementa la soluzione.
Inoltre ne deriva una struttura che non sempre rispecchia il modo di vedere ed utilizzare le informazioni da parte degli utenti, che vengono resi partecipi solo nella fase finale del progetto: nella fase di avvio all'utilizzo della piattaforma. L'operatore è ulteriormente deresponsabilizzato e confinato nel ruolo di utente (inteso come colui che utilizza).
All'utente (operatore) verrà consegnato un manuale di istruzioni e verranno fatti dei corsi di avviamento all'utilizzo della piattaforma, che viene vista come uno strumento come tanti altri, anzi, che implica del lavoro aggiuntivo.

Diversamente, nell'Approccio Accrescitivo le responsabilità maggiori vengono "delegate" agli utenti. La grande innovazione consiste proprio nel coinvolgere gli utenti (inizialmente solo una parte di essi) nella creazione ed organizzazione dei contenuti. La responsabilità del core-team consiste invece nel "coltivare" e promuovere l'utilizzo della piattaforma, non solo educando gli utenti ad un corretto uso degli strumenti , ma sopratutto nell'aiutarli a comprenderne l'utilità.
Rivediamo ora le 5 fasi in un'ottica di Approccio Accrescitivo:
  • Fase CONOSCITIVA: Si chiariscono gli obiettivi con il management aziendale, avviando un processo di cambiamento culturale nel management stesso. I manager devono sposare e comprendere il nuovo paradigma collaborativo (tipico dell'Enterprise 2.0) e gli enormi vantaggi che ne derivano.
  • Fase di ANALISI: Si strutturano gli obiettivi e si prepara un piano operativo.
    Occorre ricercare i key-user, definendone i ruoli e le caratteristiche.
    Occore definire gli strumenti che verranno messi a disposizione degli utenti e gli obiettivi che lo strumento si prefigge.
    Si pianificano i primi incontri con i key-user e si completa l'analisi con loro, in funzione dei feedback ottenuti.
  • Fase di definizione dell' ARCHITETTURA: In questa fase inizia ad entrare in gioco anche la tecnologia.
    Occorre definire la piattaforma da utilizzare.
    Occorre definire ruoli e livelli di sicurezza.
  • Fase di SVILUPPO: I key-user iniziano ad utilizzare lo strumento. Si raccolgono pareri, consigli e si monitorizza l'utilizzo che ne viene fatto. In questa fase si lavora piu' sulla user-experience e sulle motivazioni degli utenti, che sulla piattaforma tecnologica.
  • Fase CONCLUSIVA: Il progetto viene aperto al resto degli utenti. I key-user si occupano "dell'evangelizzazione" dei loro colleghi, spiengando come trarre il massimo vantaggio dalla piattaforma sia in termini di reperimento delle informazioni, sia in termini di partecipazione e accrescimento individuale.
    La possibilità di etichettare (classificare) le informazioni in modo assolutamente personale rende lo strumento, agli occhi degli utenti, molto piu' amichevole e le informazioni molto piu' fruibili.
    La possibilità di vedere come altri hanno "taggato" (etichettato) le informazioni aiuta nel comprendere meglio i meccanismi di classificazione e stimola la creatività mostrando nuovi punti di vista.
    La possibilità di creare contenuti ed intervenire sui contenuti creati da altri, crea nuovi stimoli e responsabilizza gli utenti.
In conclusione, quando parliamo di Enterprise 2.0 stiamo parlando di una vera e propria rivoluzione nel modo di vedere la struttura aziendale e le metodologie manageriali.
Questa rivoluzione porterà enormi vantaggi sia all'interno (vedi per es. Knowledge Management) che all'esterno (sul mercato di riferimento).
Ma tutto parte dal cominciare a pensare in modo molto differente.

martedì 19 agosto 2008

Knowledge Management: l'approccio oneroso

La maggior parte dei progetti di knowledge management fallisce miserevolmente entro il primo mese di start-up.

Nonostante gli sforzi compiuti e gli enormi investimenti, chi non fallisce entro il primo mese difficilmente raggiunge gli obiettivi che si era prefissato o che i "consu-lenti" avevano palesato.

Ma la colpa non è dei consulenti, che creano grandi aspettative, e neppure della tecnologia.

In genere, chi vi propone una soluzione di Knowledge Management, utilizza pressapoco una metodologia di questo tipo:
  • Fase CONOSCITIVA: Si utilizzano questionari e interviste per far emergere con chiarezza gli obiettivi del progetto, il profilo degli utilizzatori, il contesto in cui si colloca il progetto.
  • Fase di ANALISI: Consiste nell'organizzazione dai dati rilevati dai questionari e dalle informazioni emerse dalle interviste. Vengono definite (nero su bianco) le caratteristiche del target, i suoi bisogni e le sue aspettative. Si crea un profilo degli utenti, si definiscono scenari d'uso e si cerca di pianificare le varie fasi del flusso operativo. In genere si cerca anche di fare un inventario dei contenuti.
  • Fase di definizione dell' ARCHITETTURA: Ammesso e non concesso che si sia riusciti a stendere un inventario dei contenuti (vedi Fase ANALISI), in questa fase si vuole andare oltre. Viene definita una macrostruttura del portale, identificando a grandi linee le aree (o workspaces) e le logiche di funzionamento. Verranno scelti i contenuti da inserire in ogni area, categorizzati ed organizzati in una struttura ad albero. Viene progettato il sistema di ricerca e definite le "etichette" da applicare ai contenuti.
    Viene progettato il "Workflow Engine", che avrà il compito di gestire i flussi di interazione e si definiscono tutte (o quasi) le architetture per tipologia di pagina.
    Si definiscono i livelli di sicurezza e di accesso alle informazioni in funzione del ruolo e del profilo dell'utente.
  • Fase di SVILUPPO: Si realizzano prototipi e si testano le interfacce utente. Viene valutata la correttezza della struttura definita in fase di analisi dell'achitettura. Si corregge l'analisi e si redige la documentazione di progetto.
  • Fase CONCLUSIVA: Il progetto viene considerato chiuso, voi avete uno strumento che gestirà la vostra conoscenza aziendale da oggi e per sempre, risolverete improvvisamente ogni problematica legata alle conoscenze nascoste, ai costi di formazione, ridurrete i costi amministrativi, avrete un maggior controllo sui processi ed un altissimo livello di fidelizzazione del personale. Inoltre, quest'anno, Babbo Natale vi porterà in dono la "Pietra Filosofale".
Avete capito dov'è l'errore di fondo?
Ve lo spiego con una sola parola: TASSONOMIA.
L'errore è nel pretendere di affrontare il problema dell'organizzazione di un qualcosa di estremamente eterogeneo, indefinito e vasto come la conoscenza aziendale, con un approccio da "manuale del project manager".
Non mi scaglierò, in questa sede, contro i pattern di gestione dei progetti (e sviluppo) che purtroppo ancora quasi tutte le principali aziende di consulenza IT stanno utilizzando, ma vi mostro cosa accade nella vostra azienda quando adottate una metodologia di questo tipo per un progetto che coinvolge l'organizzazione della conoscenza aziendale.
  • Fase CONOSCITIVA: Il vostro personale si trova dei questionari da compilare e qualcuno (per lui uno sconosciuto) che gli pone domande sul cosa stia facendo e come. Si sente minacciato, ma non ha ben chiaro da dove arrivi la minaccia. In un clima da esame di maturità, risponde come se fosse interrogato dai servizi segreti di una nazione ostile. Terminato "l'interrogatorio", si confronta con i colleghi ed assieme cercano di dare una spiegazione all'accaduto. Qualcuno è al corrente di ciò che l'azienda vuole fare, che si tratta di un progetto IT di Knowledge Management. Chi sa di piu' viene visto come una possibile minaccia e si creano alleanze (o si consolidano) tra i dipendenti che non erano stati direttamente informati del progetto.
  • Fase di ANALISI: Dalle interviste e dai questionari emerge una visione "asettica" e formale delle conoscenze individuali e dei ruoli. Nulla (o quasi) che l'organigramma non potesse già dirci.
    Si estraggono così le linee guida per definire le conoscenze che dovranno diventare i contenuti del portale.
  • Fase di definizione dell' ARCHITETTURA: Si tenta di definire la struttura del portale. Anche procedendo a grandi linee, lo sforzo è veramente notevole.
    Man mano che si analizzano i contenuti emersi dalle fasi precedenti, ci si rende conto che occorre creare categorie aggiuntive.
    L'analisi iniziale viene arricchita di nuove categorie, che a loro volta ne richiamano di ancora nuove. Molti progetti si arenano in questa fase, quando l'azienda percepisce che il progetto è molto piu' oneroso di quanto fosse stato preventivato. Apparentemente l'organizzazione del Know-How aziendale, quando va oltre la semplice definizione delle procedure operative, diventa un'impresa titanica.
    Ma non tutti si lasciano scoraggiare.
    Chi continua, cercherà di creare tutte le categorie possibili per ospitare le informazioni, e le etichette (o chiavi) per facilitare il lavoro al motore interno di ricerca.
    Viene creata una struttura ad albero che contiene tutte le categorie e le aree della conoscenza. Una struttura rigida che appare subito inadeguata al supporto del cambiamento (sì, perchè la conoscenza è in divenire e si espande, cresce, muta).
  • Fase di SVILUPPO: E' la fase in cui nel cliente inizia a farsi strada l'intuizione che il progetto non vedrà mai una fine. Piu' il tempo passa e meno la struttura definita inizialmente soddisfa i bisogni aziendali. A volte cambia il personale, e allora occorre istruire i nuovi arrivati sull'uso del portale, altre volte cambia il modo in cui vorremmo organizzare le informazioni.
    E' una spirale infinita, i cambiamenti (strutturali e funzionali) sembrano non terminare mai (e di fatto non terminano mai).
    A questo punto il cliente si trova difronte ad un bivio:
    - Dichiarare concluso il progetto ed utilizzare la piattaforma così com'è.
    - Assumere personale per continuarne lo sviluppo internamente.
  • Fase CONCLUSIVA: Nel bene o nel male ci siamo arrivati, ma un po' delusi e disincantati.
    Siamo giunti ad una conclusione: Babbo Natale non esiste ;)
Per ora mi fermo qui, ma prometto che riprenderò l'argomento nel prossimo post e vi mostrerò la soluzione dal mio punto di vista.